News & Blog

Democrazia = Mercato + Shumacher

Ciò che spaventa i critici del liberalismo è l'”anarchia” che il mercato comporta. Nessuno, in nessun settore produttivo, dovrebbe essere in grado di contare su una posizione dominante. Se ciò non avviene vuol dire che ci stiamo allontanando in qualche misura da un mercato libero e incontrollato verso un sistema dirigistico. Ovviamente, ogni interprete del mercato cercherà di aumentare il proprio ruolo a scapito dei concorrenti vincendo o perdendo provvisoriamente. Provvisoriamente è proprio la parola chiave per capire il mercato che come la realtà in cui viviamo e definitivamente provvisorio. Ma questa anarchia, questa diversità anche estrema di gusti e desideri noi la troviamo in un altro ambito proprio delle dinamiche democratiche. Giusto o sbagliato il nostro voto lo diamo a chi vogliamo e siamo pronti a combattere se a qualcuno viene in mente di vietarci di votare per qualcuno. Il sistema democratico è perciò quanto di più simile esista a quello del mercato. Può dare risultati che siete liberi di ritenere ingiusti, inefficaci ma è la democrazia baby. A nessuno verrebbe oggi in mente di “correggerla” o “indirizzarla” magari limitando il voto dei meno qualcosa (intelligenti, ricchi etc.) E’ imperfetta proprio perché tali sono coloro che la esprimono. Così è anche il mercato dove non vince necessariamente il più bravo o il più forte ma quello che in una specifica situazione è il più acquistato dai consumatori. Nel mercato, come nella democrazia, chi oggi vince domani può perdere. Ma a nessuno verrebbe in mente di dare la colpa della sconfitta elettorale alla democrazia mentre tutti sono pronti ad accusare il mercato se qualcosa va male nelle proprie tasche.

Ma a votare si va raramente e quasi sempre gli eletti non fanno quello che ci si aspetta. la possibilità di esprimere i nostri desideri, aspirazioni, le nostre visioni, la nostra capacità di incidere sulla realtà che ci circonda è data dalla misura entro cui possiamo spendere i nostri soldi.
Ecco uno dei grandi punti di incrocio tra liberali e altermondisti; sono le nostre scelte di spesa che determinano il mondo in cui viviamo.
In questo c’è un’identità perfetta tra sostenitori del libero mercato e no global; la differenza la possiamo fare noi con le nostre azioni che per quanto riguarda la parte misurabile

Nel mondo ideale di un altermondista ci sono modelli di produzione che possono divenire concorrenziali rispetto alla big industry solo a condizione che i player più grandi non approfittino di distorsioni del mercato. In particolare un economista, E.F. Schumacher, è il vero padre ideale di tutti questi movimenti che trovano la loro chiave in un modello di sviluppo che mette al centro la capacità di scelta da parte dei cittadini e non da parte dello Stato.
Schumacher è stato avvicinato al pensiero dei cosiddetti distribuzionisti, una corrente vicina alle teorie della Rerum Novarum di Leone XIII. Ora, questa corrente è stata percepita come alternativa sia al capitalismo che al marxismo ma contiene al suo interno una serie di richiami al liberalismo Chesterton once stated “As much as I ever did, more than I ever did, I believe in Liberalism. But there was a rosy time of innocence when I believed in Liberals.” Come vediamo già nel secolo scorso i liberali spaventavano più per quello che erano che per quello che pensavano!

Che libertà economica e libertà tout court vadano d’accordo lo dimostra in modo lampante l’indice della libertà economica pubblicato ogni anno dalla Heritage Foundation che prende in considerazione 10 criteri di libertà economica (libera proprietà, libertà dalla corruzione, libertà d’impresa, libertà fiscale, libertà dal deficit pubblico, libertà nelle relazioni di lavoro, libertà monetaria, libertà dei commerci, libertà d’investimento, libertà finanziaria.
I primi 10 paesi della classifica sono Hong Kong (che ha mantenuto la sua autonomia anche dopo il ritorno alla Cina), Singapore, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera, Canada, Cile, Mauritius, Danimarca e Stati Uniti, gli ultimi 10 Nord Corea, Cuba, Zimbabwe, Venezuela, Eritrea, Birmania, Congo, Guinea equatoriale, Turkmenistan, Timor est. (Fuori categoria altri paesi in situazioni peculiari come Libia, Iraq, Siria etc.)
La prova del 9 che la libertà funziona la troviamo andando a confrontare i dati per Pil (i primi 10 stati per libertà sono praticamente tutti tra i primi 20 per ricchezza mentre solo le ricchezze naturali permettono a Venezuela, Turkmenistan e Guinea equatoriale di non figurare tra i paria della terra). Il denaro non è tutto? Giusto, infatti le nazioni unite pubblicano l’Indice dello sviluppo umano e anche qui troviamo in alto i paesi più liberi e in basso quelli meno. Certo ci sono eccezioni ma sono sempre giustificate dalla presenza di ricchezze naturali.

1. Rule of Law (property rights, freedom from corruption);
2. Limited Government (fiscal freedom, government spending);
3. Regulatory Efficiency (business freedom, labor freedom, monetary freedom); and
4. Open Markets (trade freedom, investment freedom, financial freedom).

Io penso che la principale preoccupazione di ogni liberale dovrebbe essere non la parità degli esiti bensì quella delle regole. Ad esempio, un sistema che privilegia i grandi rispetto ai piccoli non è certamente liberale, al contrario ha come conseguenza quella di limitare la concorrenza e quindi di impedire i vantaggi che l’accesso al mercato di nuovi player comporterebbe. Non a caso alla base dell’antitrust stanno proprio le dottrine dei cosiddetti distribuzionisti che alla fine del XIX secolo di fronte alla creazione dei primi oligopoli spinsero verso una forma di regolamentazione dei mercati. Attenzione regolamentazione non limitazione perché non c’è nulla di così antitetico al mercato quanto un monopolio o un cartello che rispetto a un mercato sono l’equivalente di una malattia mortale. Perché il denaro come sostiene giustamente un libro che tutti dovrebbero leggere ha sempre ragione tranne quando qualcuno per interesse personale bara.
Un caso esemplare di cosa significhi barare è costituito dalle pratiche adottate da quasi tutte le banche del mondo. Pratiche rese possibili dalla condotta macroeconomiche dei governi.

banchieri anti mercato

Tutti conosciamo Mohandas Yunus, il creatore di Grameen bank, l’istituto che ha diffuso le pratiche del microcredito prima in bangladesh e poi in tutto il mondo. Recentemente alcune inchieste giornalistiche hanno messo in dubbio la % di sofferenze nei crediti di Grameen che non sarebbero inferiori al 5% ma intorno al 10%. ( http://www.cgdev.org/blog/grameen-bank-which-pioneered-loans-poor-has-hit-repayment-snag) In ogni caso questa % rimane inferiore a quella delle sofferenze registrate dal credito tradizionale http://www.cgdev.org/blog/grameen-bank-which-pioneered-loans-poor-has-hit-repayment-snag
Una grande banca, tutte le grandi banche, con uffici studi e analisti c’azzeccano meno dei contadini dei villaggi indiani? Ci sono o ci fanno. Ci fanno perché se no andrebbero tutti a casa. Dietro alle sofferenze del sistema bancario c’è infatti una singolare coincidenza d’interessi tra ladroni e furbetti, il tutto provocato da un’alterazione profonda delle logiche del mercato. Vediamo perché. Tutti ci ricordiamo che all’origine della crisi economica in cui ci troviamo ci furono le obbligazioni legate ai cd prestiti subprime.
Com’è possibile che le banche abbiano iniziato a prestare soldi a categorie di persone che avevano forti possibilità di non renderli (perché si erano già comportati così in passato)?
Vediamo in pochi semplici passi le dinamiche che hanno portato il mondo alla crisi che sta vivendo. Partiamo da una

© 2013 - ..e io pago! | All Rights Reserved | P. IVA 03555631203 | Pow&Dev: CASTEL